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Sue

Il romanzo su Melanie doveva proseguire con i tentativi di Dodo, il nostro eroe, di mettere a posto i guai del mondo usando il suo controllo sulle Melanie. Avrei introdotto a questo punto due gruppi di persone che avrebbero intuito cosa stava succedendo e avrebbero cercato di catturare Dodo e sfruttarlo per i propri scopi. Al capo del secondo gruppo avremmo trovato due persone, Sue Wilkins e un uomo senza nome, che volevo introdurre così.

Sue Wilkins era una donna di venticinque anni, ma era già donna a nove. A tredici il suo seno si era tanto sviluppato da diventare la prima cosa che la gente notava in lei, e molto spesso l’unica: capitava che i ragazzini, dopo essere stati in sua compagnia per un’ora, la salutassero e passassero poi la serata a domandarsi di che colore aveva i capelli. Per la cronaca: che lei portava corti e che erano castani chiari. A quattordici Sue era stata stuprata da suo padre, rientrato ubriaco fradicio dallo stadio di baseball. Pochi mesi dopo i suoi genitori avevano divorziato, e sua madre era tornata al suo paese natale, Poughkeepsie nell’Illinois, portandosi dietro la figlia maggiore e i suoi tre fratelli minori. Donna molto religiosa, aveva insistito con la figlia perché non parlasse con nessuno dell’episodio, sostenendo che Dio e la coscienza avrebbero punito più che a sufficienza il marito.
L’intelligenza di Sue era forse meno sviluppata delle sue ghiandole mammarie, ma non di molto. La madre aveva trovato un lavoro come cameriera in una pizzeria, e aveva mandato la figlia in una scuola superiore per segretarie d’azienda, dove Sue aveva subito spiccato tra le sue compagne. Ma non tanto quanto avrebbe dovuto, perché le insegnanti si risentivano, consciamente o meno, per la sua figura così femminile, e gli insegnanti erano quasi palpabilmente imbarazzati nel trattare con lei.
Sue era all’ultimo anno di corso quando sua madre aveva inaspettatamente raggiunto, come lei lo chiamava affettuosamente, il principale: un ictus se l’era portata via in meno di quarantott’ore. Divenuta capofamiglia senza preavviso, Sue aveva immediatamente trovato che la situazione non le piaceva affatto. I fratelli erano ancora troppo piccoli per trovarsi un lavoro, e le scorte monetarie lasciate dalla madre bastavano appena per sistemare i funerali e sopravvivere un paio di settimane.
Senza neppure sapere lei stessa cosa fosse successo esattamente, Sue si ritrovò in capo a due settimane a lasciare la scuola, e a tentare senza nessun successo di cercare un lavoro. In tre settimane la fame negli occhi dei fratelli l’aveva spinta alla prostituzione. A quel punto, però, il dolore e l’autocommiserazione svanirono gradatamente, e lasciarono la ragazza freddamente determinata ad avere la meglio su un mondo al quale non doveva molto.
In capo a due anni, Sue era diventata la maitresse di uno dei bordelli più sofisticati dello stato. Politici, ecclesiastici, industriali e un signore delle mandrie dal Texas frequentavano il locale e si affidavano alle mani capaci (o, in qualche caso e su richiesta, inesperte) delle sue ragazze.
Sue, però, si dispiaceva di dover cedere una percentuale più che significativa dei guadagni della “ditta” a un distinto signore, incaricato del locale racket della prostituzione. E si applicò con la consueta placida efficienza al problema. Gradatamente, gli incassi del bordello diminuirono al sessanta per cento del livello consueto. Il distinto signore provvide a un esame molto accurato dei registri, e a un attento anche se discreto esame delle presenze per scoprire se Sue stava tentando un inganno. I ritocchi contabili applicati dalla ragazza gli sfuggirono completamente, e così i suoi superiori lo sostituirono e inviarono un dirigente nazionale dell’organizzazione, un uomo con una intera vita di esperienza nel settore, che senza troppe cerimonie si installò per un’intera settimana in una stanzetta dell’antica magione dove avevano sede il bordello e il ristorante francese che fungeva da copertura. Anche il distintissimo signor Yates, però, non cavò un ragno dal buco, e rientrò stilando un rapporto nel quale dichiarava che, effettivamente, c’era stato un calo nelle presenze, ma che non dubitava che la capace conduttrice del locale avrebbe saputo risollevarne le sorti.

Nel 2015, a ventun anni, la carriera della ragazza aveva fatto un brusco salto in avanti. Uno dei suoi clienti le aveva chiesto un colloquio a quattr’occhi. Sue lo conosceva come il signor Jones, e non aveva nessun dubblio che anche quello, come la maggioranza degli altri con cui aveva a che fare, fosse un nome fasullo. Jones era un cliente irregolare, con una marcata preferenza per le più giovani tra le ragazze di Sue.
Lei lo fece accomodare in una morbida poltrona di cuoio invecchiato, e gli offrì da bere.
-Grazie, prenderò volentieri un succo di mela. Senza ghiaccio.-
Sue accese l’interfono, e diede l’ordine al bar del ristorante.
-Signora,- proseguì Jones, -lei ricorda un uomo chiamato Yates?-
Sue ricordava, e fece cenno di no col capo.
-Il, diciamo così, controllore del fisco che è passato da lei quattro mesi fa?-
Il campanello del portavivande diede uno squillo modesto, e Sue ne approfittò per prendersi qualche secondo di riflessione. Presa la bibita, la porse con cortesia al suo interlocutore, e rispose: -Lei conosce il signor Yates?-
-È uno dei miei collaboratori,- disse l’uomo. Poi fissò attentamente la ragazza, sorseggiando lentamente il succo.
Sue, sentendosi imbarazzata, tornò al suo posto dietro la scrivania. Poi fissò a sua volta l’interlocutore. Jones dimostrava una quarantina d’anni, ma poteva averne di più. I capelli biondissimi erano molto corti, secondo la moda maschile vigente. Gli occhi azzurri la fissavano con intensità, e il completo bianco era impeccabile e vivacizzato da un fazzoletto rosso da taschino.
-Secondo i miei calcoli,- riprese Jones, -lei ha imbrogliato Yates di una cifra vicina ai 300.000 dollari.-
-Lei è il controllore del controllore?- Chiese gentilmente Sue.
-Con buona pace di Giovenale, io sono il capo del controllore. E sono impressionato dalla sua capacità.-
-Per l’esattezza, 308.000 dollari circa l’anno. Lordi, naturalmente.-
-Apprezzo la sincerità e la velocità nel fare fronte alle situazioni. Dato che la percentuale dell’organizzazione è attorno al trentacinque per cento, e immaginando che lei abbia dovuto fare fronte a qualche spesa per coprire, diciamo così, la sottrazione, dall’operazione lei ha recuperato un introito di circa, diciamo, 50.000 dollari?-
-Secondo i miei calcoli, quasi 54.000. La metà circa vanno ad aumentare i guadagni delle ragazze. Ho fatto anch’io la loro professione per qualche tempo e so che i soldi che arrivano loro, tolte tutte le spese, non sono molti.-
-Ammirevole. Questo porta il suo stipendio annuale alla bella cifra di... 75.000 dollari?-
Sue fece qualche rapido conto a mente: -Sulla base di questi dati, risulterebbe una cifra di 77.000 dollari circa. In realtà è inferiore.-
-Per favore, non cerchi ora di fornirmi dati inesatti.-
-Per nulla. Le mostrerei i registri, si ci fossero, ma in realtà tengo quasi tutto a mente. Diciamo 70.000, per fare cifra tonda. In effetti, l’organizzazione di prende una percentuale più vicina al quaranta per cento che al trentacinque.-
-Hm. Questa informazione da sola valeva la pena del viaggio. Qualcuno a New York dovrà darmi delle spiegazioni. Ma io, signorina, sono venuto per farle una proposta.-
-Si?-
-Lei ha una educazione da segretaria d’azienda.-
Per la prima volta dall’inizio del colloquio, Sue si sentì a disagio. Il supposto signor Jones conosceva fin troppo bene i suoi affari e persino il suo passato. Si trattenne a stento dall’agitarsi sulla poltrona, strinse gli occhi, e sbottò: -Che ne direbbe di venire al dunque?-
-Ma certo. Mi serve una segretaria efficiente come lei, a New York.-
Sue venne presa dallo stupore. Poi rispose: -Questa è una proposta interessante. Ma io ho famiglia qui.-
-Le offro trecentomila dollari l’anno, di cui l’ottanta per cento esentasse. Potrebbe anche affrontare un trasloco, credo.-
Sue chiuse gli occhi, e rimase immobile per una ventina di secondi. Poi sussurrò: -Accetto.-

Sue aveva ben presto superato le perplessità di ordine morale sul suo lavoro. Il suo salario, come promesso, era superiore a quello della maggior parte dei dirigenti d’industria, e il secondo dei due fratelli aveva potuto coronare il suo sogno e iscriversi al corso di legge di Harward. Ai fratelli, Sue aveva sempre fornito una versione edulcolorata della verità: loro la pensavano gestore del ristorante prima e segretaria di un importante uomo d’affari newyorkese ora. E quest’ultima nozione non era molto lontana dalla realtà. Quando, in capo ad altri due anni, Sue aveva imparato a padroneggiare la labirintica trama degli interessi del suo datore di lavoro, si era divertita a calcolare un fatturato complessivo di quasi venti miliardi di dollari l’anno. Una cifra che l’avrebbe agevolmente fatto finire nella classifica di Fortune, se fosse stato il presidente di una tradizionale società per azioni.
E il principale era molto, molto soddisfatto di Sue, segretaria efficiente e capace di badare all’ordinaria amministrazione degli affari per intere settimane quando il boss si assentava dalla sede. Nel 2018 Sue era divenuta, all’insaputa di tutti tranne che del suo capo, a tutti gli effetti pratici vicepresidente dell’impero legale e illegale che questi controllava. E in quell’anno si era permessa la prima e unica infrazione alle strategie accuratamente pianificate: aveva sfruttato le enormi risorse a sua disposizione per far rintracciare suo padre. Dopo aver scoperto che l’uomo continuava una carriera moderatamente brillante in un ufficio pubblico, Sue aveva tirato qualche filo, e aveva coinvolto il padre in un piccolo scandalo che lo aveva lasciato sul lastrico per via delle spese legali e senza un lavoro. Poi si era disinteressata dell’intera vicenda.
Un mese più tardi il capo l’aveva chiamata nell’ufficio, e le aveva chiesto ragione dell’intera vicenda, con una voce molto, molto fredda. Per la prima volta da quando sua madre era morta, Sue aveva conosciuto per qualche momento il terrore e la confusione, sotto lo sguardo di quegli occhi azzurri e glaciali. Per qualche secondo era riuscita a pensare solo che era assolutamente impossibile, dopo tutte le precauzioni che lei aveva preso, che il capo si fosse accorto della transazione. Poi si era ripresa e gli aveva raccontato tutta la sua storia.
Il capo aveva assentito, e aveva archiviato tutta la vicenda con le parole: -Benissimo. La prossima volta consultami. È tutto.-